Il biscotto della discordia

Direttiva cookie: un’iniziativa massimalista che non tiene conto di cosa é internet e il web oggi

 

biscotto spezzato

Direttiva cookie, ovvero il biscotto della discordia

 

Pare che alla fine tutti dovremo mettere un disclaimer se il nostro sito “aziendale” o un semplice blog “amatoriale” utilizza, ad esempio i pulsanti di condivisione.

Ma poi a che serve?
Veramente questi “esperti” di Bruxelles credono che la profilazione seria si faccia con i cookies?
Lo sanno che basta l’indirizzo IP a definire, tramite AI e interpolazione, chi-fa-che-cosa in rete?

Nel 2000, esce Data Base Nation di Simson Garfinkel, un saggio di oltre 300 pagine, dove si spiega che già quindici anni fa le tecniche di profilazione erano già così avanzate che, in pratica, ogni idea di privacy era una pura, semplice e bambinesca ingenuità pur con tutte le leggi sulla privacy e i movimenti che cercano di farle emettere e che poi, con grande fatica, cercano di farle applicare. Almeno dove è evidente che non sono applicate.

Poi, l’anno scorso, Vint Cerf, il padre della rete, ha lapidariamente distrutto ogni illusione quando ha sentenziato che “in rete la privacy è un’eccezione”.

Perché la rete, per com’è fatta, non lascia scampo, “there is no place to hide” come dice l’altro libro che parla delle “rivelazioni” di Snowden sulla sorveglianza globale fatta dai servizi d’intelligence americani e inglesi, veri cattivi della situazione come se russi e cinesi e israeliani e iraniani e indiani fossero le mammolette della situazione.

Infatti, Snowden non ci spiega perché alcuni governi non vogliono che Huawei, cinese, non debba partecipare a certe gare dove installerebbe i suoi apparati di rete. Perché? Perché non sanno cosa c’è nelle macchine cinesi?

Ma nessuno di noi può dire cosa c’è nei circuiti del nostro smartphone, del nostro router o del nostro navigatore satellitare, o se la rete dei telepass di qualsiasi paese non mandi dati anche a servizi segreti o alla gente del marketing delle stazioni di rifornimento

E vengono oggi, dopo oltre 40 anni che esiste internet, a proteggere i consumatori, quando ormai tutta la popolazione già nata é stata profilata, catalogata e parametrata con gli altri data base, quelli che non ha Google e Facebook, cioé i dati delle centrali rischi dove ci sono i nostri dati finanziari?

Morale, tutta questa cosa a che serve? A proteggere i nuovi arrivati su internet?
E poi, sarebbe interessante sapere quanti di noi, (scusate il termine) se ne fottono di essere tracciati, in cambio dei servizi che la rete offre.

Ma torniamo al che-fare.
Come azienda non ci resta da fare altro che subire l’ennesimo sopruso e pagare per allinearci alla normativa.

E tutta sta perdita di tempo quanto costa al paese?
Perciò, per il momento aderiamo ad una qualsiasi petizione (per prendere tempo), ma facciamo anche sapere che si tratta di riedizioni in digitale di leggi idiote.

Per questo, noi di Digital Vizir sosteniamo la petizione al Garante della Privacy #bloccailcookie. Firma anche tu!