Italia digitale, poco e male

Pochi investimenti e riduzione dei budget per l’ICT italiano

C’è una rivoluzione in atto. Non fa macelli, ma distrugge aziende, paesi ed economie che non si allineano.

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Per impatto è molto più impattante della rivoluzione portata dal container, elemento base della globalizzazione del mercato degli oggetti, degli atomi, per dirla con Nicholas Negroponte, l’autore del famoso Being Digital , che già nel 1995 avvisava la classe dirigente mondiale che in un futuro prossimo sarebbe stato altrettanto importante lo spostamento da una parte all’altra del pianeta dei bit, cioè dell’informazione digitalizzata, un processo che negli ultimi anni ha accelerato in modo esponenziale, con effetti che vediamo (e-commerce, smartphone in tutte le tasche) e altri non visibili quali il dialogo da macchina a macchina non presidiato da umani.

being digitalCosa puntualmente avvenuta, e molto al di là di quanto si potesse prevedere, e con conseguenze sull’economia che oggi fanno discutere, non tanto i tecnici dell’Information & Communication Technology (ICT), ma  sopratutto economisti, su come cambierà lo scenario sociale a seguito della rivoluzione digitale.

Un dibattito culturale che in Italia è completamente negletto, non solo da parte della classe dirigente, ma anche da parte della classe intellettuale che sembra voler ignorare la rivoluzione in corso, un po’ come Luigi XVI, che il giorno prima della presa della Bastiglia, scrisse nel suo diario “niente di nuovo“.

E a non volere digitalizzare non è solo una Pubblica Amministrazione, neghittosa e intimorita degli effetti devastanti (sopratutto per l’occupazione nella P.A.), purtroppo c’è anche il settore privato che non comprende che lo tsunami digitale è ormai arrivato e che bisogna adeguarsi ad un nuovo scenario dove la competitività e la produttività sono funzione solo dell’innovazione e della digitalizzazione dei processi produttivi e amministrativi.

La dimostrazione è nei dati di un’analisi fatta dal Politecnico di Milano che sono abbastanza impietosi:

a fine 2013 la spesa ICT delle aziende è stata solo il 2,5% del loro fatturato, con previsioni per il 2014 essenzialmente stabili, anche se il quadro di dettaglio ci dice che ci sarebbe un +0,3% nei settori Finance, Media, Telco e Servizi, mentre i settori Industria e Utility/Energia addirittura pensano di tagliare dello 0,3% e dell'1,4%.

E l’analisi di dettaglio ci dice ancora che un bel 62% delle aziende industriali investe in ICT solo lo stretto necessario, il che non è un confortante viatico per risolvere il problema principale del paese (che non è il debito pubblico, ma la scarsa produttività) a sua volta figlia della poca automazione e della scarsa innovazione, il tutto dovuto ad una mediocre penetrazione e comprensione della cultura digitale nelle imprese, che quindi non possono accusare solo fattori esterni per la loro perdita di competitività.

Perché, come dice la tagline di Digital Vizir, Digital or Nothing, ormai o si è digitali o non si conta più niente.

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