Italia ed e-commerce 2014

Numeri, grafici e poche analisi

 

Italia ed E-commerce 2014

Italia ed E-commerce 2014

 

Anche quest’anno i dati sull’e-commerce italiano non sono eclatanti: la crescita c’è (+16%), nonostante la crisi, (dice qualcuno), quando invece è proprio la crisi che spinge i consumatori a cercare il miglior prezzo in rete.

Fenomeno ampiamente studiato in UK dove l’esplosione dell’e-commerce, anche nell’alimentare, è dovuto proprio al ridursi delle possibilità di spesa dei consumatori britannici che, non dimentichiamo, vivono in uno dei paesi con il più alto tasso di disuguaglianza economica al mondo nonché paese abituato culturalmente alle vendite su catalogo (dal 1861) e all’uso delle carte di credito, ovvero, in pratica, ad indebitarsi, come fanno pure i loro cugini americani.

E questi sono tre dei quattro punti che frenano l’e-commerce in Italia:
Poca abitudine a indebitarsi, e quindi
Molto uso del contante, e
un territorio geografico fatto di pochi centri grandi (ma non grandissimi come Londra, Parigi, New York) e tante piccole città, a poca distanza l’una dall’altra, cosa che favorisce lo spostarsi dal centro più piccolo, e poco dotato di negozi, a centri più grandi dove si trova quasi di tutto.

Il quartto punto è la bassa scolarità della popolazione che, ovviamente, non facilita l’accesso ad internet, la comprensione di cose moderne, e anche il fidarsi di sistemi immateriali di transazioni commerciali, per cui i 16 milioni di italiani che comprano in rete (10 milioni che fanno almeno un acquito al mese e 6 milioni di compratori sporadici) sono da considerarsi veramente tanti, anche se non paragonabili ai 39 milioni in UK, ai 44 in Germania e ai 29 milioni in Francia o ai 320 milioni di cinesi

Ciò premesso, la situazione dell’e-commerce non sembra poi così grave, date queste condizioni di base, mentre è sicuramente preoccupante il fatto che le aziende italiane vendono poco all’estero, 2,5 miliardi, per oltre il 50% dovuti a trasporti ed alberghi, più un terzo all’abbigliamento, e il tutto limitatamente ai paesi occidentali, più Russia e Giappone, con l’esclusione quindi di vaste regioni del pianeta (Cina, Medio Oriente, Africa, America Latina) nonché di settori importanti del Made in Italy come l’alimentare.

Anche questo, però, è più un fenomeno culturale che una questione di capacità tecnica: vendere all’estero significa comunicare con culture diverse, e se si guarda a come l’Italia si mostra sul web, sia dal punto di vista istituzionale sia sul fronte commerciale, la cosa evidente è l’assoluta mancanza di saper parlare a potenziali clienti stranieri.

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