Poca Italia nel commercio elettronico

Bassa la quota di e-commerce italiano verso l’estero

Anche quest’anno i dati del commercio elettronico italiano non è che siano brillantissimi.

Anche se in crescita – ma non come negli altri paesi europei, negli Stati Uniti e in Cina – il commercio elettronico subisce le deficienze tipiche del nostro paese: una grande parte di popolazione poco scolarizzata e anche poco bancarizzata, timorosa, che fa scarso uso dei mezzi di pagamento elettronici e digitali.

Se poi si va a vedere cosa comprano gli italiani in rete, si vede che sono sopratutto servizi immateriali: biglietti di treni e aerei, assicurazioni auto e prenotazioni alberghiere, tutto quello dove non c’è il problema del trasporto merce, del reso e della qualità di quello che si può vedere e toccare, a meno che non sia un libro o un’apparecchiatura elettronica, cioè oggetti ben definiti su cui è difficile sbagliarsi di taglia o di misura come avviene per vestiti e scarpe.

Altro dato è che l'italiano digitale compra anche tanto all'estero mentre le aziende italiane esportano poco o niente tramite il canale digitale.

Una situazione che deteriora ulteriormente le loro possibilità di sopravvivere solo affidandosi ad una domanda interna da encefalogramma piatto e con poche speranze di risalita.

shopping-onlineQuesto è probabilmente il sintomo di un doppio rifiuto del paese a voler accettare le due rivoluzioni in corso, internazionalizzazione e digitalizzazione, e per un solo motivo:  l’incapacità di vendere a un pubblico che non si conosce, perché non si sa fare marketing digitale, e con cui non si sa parlare perché si conoscono poco, male o per niente la cultura e la lingua di importanti bacini di consumatori come quelli di lingua spagnola, araba e cinese, senza voler disdegnare milioni di russi e brasiliani.

Ora, che le aziende non abbiano nel loro DNA l’idea di vendere all’estero tramite il digitale – che per molti sarebbe un doppio salto mortale  – quello che fa veramente meraviglia è che nessuno di coloro che ne avrebbero benefici diretti e indiretti faccia qualcosa per smuovere questa situazione.

Spedizionieri, banche e carte di credito spendono parecchi soldi per presenziare ad eventi organizzati da paludate università, dove “si” raccontano quanto sono belli, bravi, affidabili e convenienti, ma nessuno di loro investe un centesimo nella formazione alle imprese per mostrare loro come si utilizza il digitale per vendere anche nel mondo, oltre la frontiera di quella Italietta dei 27 milioni di internauti di cui, poi, solo una minima parte va online a comprare.

Fa anche tanta meraviglia che chi ne avrebbe benefici molto diretti dalla crescita del commercio internazionale digitale, qual’è la vasta comunità dei traduttori, non si coalizzi in massa per far capire alle aziende loro committenti l’importanza di avere siti web multilingue che attraggano clientela straniera.

squeezed_lemonsEd è oltremodo strano che nessuno faccia notare agli stessi traduttori, (non solo quelli alle prime armi), quanto sia importante cercare clienti all’estero utilizzando i mezzi digitali, strumenti che hanno ormai provato da vent’anni di essere efficaci, efficienti, economici e sicuramente indispensabili.

Continuare tutti quanti a cercare di estrarre un altro po’ di succo dall’economia italiana è come spremere un limone abbastanza spremuto, da tanti, da troppi che bene farebbero a cercarsi altri clienti in altri paesi, magari proprio quelli che ci mandano mele cilene, aglio spagnolo, avocados brasiliani e vini australiani.

Che piaccia o meno, è così!

Il mondo è globalizzato, e tutto è accelerato grazie al digitale.

Perciò, o si è digitali e non si è assolutamente niente.  

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RM
@cannedcat

 

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